Il senso di Ingroia per il reato
Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, in una lunga intervista al direttore di Libero cerca di difendere l’impianto del suo teorema sulla “trattativa” tra mafia e stato. La trattativa di per sé, se anche ci fosse stata, dice, sarebbe una scelta politica criticabile ma non un reato. Il reato sarebbe quello di “violenza o minaccia nei confronti di un corpo politico amministrativo ai fini di condizionarne l’esercizio”.
13 AGO 20

Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, in una lunga intervista al direttore di Libero cerca di difendere l’impianto del suo teorema sulla “trattativa” tra mafia e stato. La trattativa di per sé, se anche ci fosse stata, dice, sarebbe una scelta politica criticabile ma non un reato. Il reato sarebbe quello di “violenza o minaccia nei confronti di un corpo politico amministrativo ai fini di condizionarne l’esercizio”. Dunque sarebbe stato commesso dai mafiosi che con le stragi hanno cercato di intimidire le istituzioni. I politici e i funzionari, secondo logica, sarebbero caso mai le vittime di quella violenza e di quelle minacce. Ma Ingroia spiega che “se poi ci sono uomini dello stato o delle istituzioni che hanno consapevolmente indotto i mafiosi a certe mosse o hanno intermediato le richieste, rispondono di concorso nella minaccia”. Dunque siamo al solito uso improprio del “concorso esterno”, che ora però Ingroia ammette che non può essere esteso fino ai ministri “minacciati”, che però a quanto pare sono indagati e saranno incriminati per un non meglio definito “altro reato”, forse la falsa testimonianza per la quale sè stato iscritto tra gli indagati Nicola Mancino.
Oltre alla confusione evidente sulla configurazione dei crimini, ad apparire assai traballante è la base probatoria, quasi tutta incentrata su “papelli” introvabili o indecifrabili sull’interpretazione che ne hanno dato “pentiti” ormai sbugiardati, a cominciare da Massimo Ciancimino. I fallimenti sostanziali dei grandi processi politici del recente passato, da quello contro Giulio Andreotti a quello contro Marcello Dell’Utri dovrebbero indurre a qualche riflessione e a qualche cautela, ma Ingroia insiste sulla nota tesi puramente suggestiva secondo cui le sentenze non hanno stabilito l’innocenza ma la non punibilità degli accusati, senza pronunciarsi sui periodi coperti da prescrizione. Sull’attendibilità dei pentiti Ingroia cammina sulle uova, ora dice di aver sempre saputo che “Ciancimino era da prendere con le molle”, ma in realtà ha smesso di farne il principale accusatore dei suoi indagati solo dopo che è stato preso con le mani nel sacco. C’è molta ipocrisia in questo tentativo di dare un aspetto giuridico formalmente accettabile a quella che a molti è apparsa soprattutto una campagna mediatica di delegittimazione delle autorità dello stato, fino alle intercettazioni del Quirinale. Quello che comunque va registrato è il passaggio dalla spavalderia inquisitoria al vittimismo, che è sintomo di una certa consapevolezza della debolezza dei teoremi accusatori. L’ipocrisia resta indigesta, ma è bene ricordare che fu definita come “l’omaggio che il vizio rende alla virtù”, e forse anche in questo caso la definizione è azzeccata.